Voci del verbo andare, di Jenny Erpenbeck

Il libro di questa settimana è Voci del verbo andare, di Jenny Erpenbeck, che ha recentemente vinto il premio Strega europeo. Pubblicato in Italia da Sellerio, questo romanzo narra l’incontro di un filologo e docente universitario ormai in pensione che, rendendosi conto di non conoscere nulla o quasi dell’immenso fenomeno migratorio che sta investendo l’Europa da alcuni anni a questa parte, decide di fare la conoscenza di un gruppo di migranti accampati in una piazza di Berlino. Il risultato sarà imprevedibile, perché da semplice intervistatore Richard diventerà un amico e una persona indispensabile per il gruppo di ragazzi africani, imprigionato nella burocrazia e nella diffidenza della gente. È difficile commentare un libro su un tema tanto delicato rimanendo sull’opera e non perdendosi nei discorsi, ma ci proviamo lo stesso.
 
Uno dei pregi maggiori del libro è l’onestà di fondo che permane per tutta l’opera. Si vede che l’autrice si è messa in discussione in prima persona, come fa fare al suo protagonista un percorso mentale notevole: Richard prima di tutto ammette di non sapere nulla o quasi dell’Africa. Con la sua laurea e la sua immensa cultura, si rende conto di non avere idea di dove siano situati la maggior parte dei paesi citati al telegiornale in un servizio sui migranti, né tantomeno le città, e di non avere strumenti per una mappa mentale.
 
Mentre gli occupanti di Oranienplatz vengono fatti sgomberare in virtù di un’Intesa con le Istituzioni, Richard decide di incontrare i migranti per una serie di interviste per costruirsi questa mappa che gli manca. Per capire il problema, prima di valutarlo. Conosce così Rashid il fulminatore, come lo soprannomina, e poi Apollo, Tristano, Rufu, e molti altri. Ascolta le loro storie, prende appunti, e quando è a casa legge i documenti che li riguardano. L’Intesa che dovrebbe semplificare l’inserimento di queste persone nella società berlinese, e che invece crea una nuova serie di ostacoli burocratici non da ridere, il famigerato Dublino II (ossia l’accordo europeo che sancisce che il richiedente asilo possa fare richiesta solo nel primo paese dell’Unione raggiunto), e così via. E man mano che il suo progetto va avanti, conosce queste persone e fa quello che può: trova lavoretti quando possibile, fa da interprete, le accompagna nei vari uffici pubblici per richiedere documenti e informazioni, apre loro la sua casa… E non voglio svelarvi altri.
 
La riflessione sul flusso migratorio di oggi è mischiata ai pensieri di Richard, che non è semplicemente un tedesco: è un berlinese della zona comunista. Così l’esperienza del protagonista, che ha conosciuto la sensazione di sentirsi straniero (pur trovandosi nel suo paese!), di sentirsi un esule, lo spaesamento del trovarsi nella “nuova” Germania non riconoscendo più il proprio paese. Ed è un accostamento interessante, che anche qui la scrittrice riprende dal suo vissuto, perché è abbastanza scontato chiamare in causa il nazismo e le sue leggi razziali parlando di Germania, ma questo richiamare invece un altro periodo buio della storia nazionale, per certi versi, che può offrire forse stimoli di riflessione molto interessanti.
È un romanzo molto potente, che affronta il problema senza offrire soluzioni di comodo (non ce ne sono), mostrando però le tante assurdità del sistema vigente, che per esempio può impedire ai migranti di trovare un lavoro regolare, e allo stesso tempo però pretende che siano in grado di spostarsi e tornare in Italia a rinnovare i documenti temporanei a proprie spese. Per chi vuole capire e chi vuole allargare la sua mappa mentale… e magari le sue idee. Disponibile in libreria.
 
Voci del verbo andare, di Jenny Erpenbeck.
Sellerio, 2016. 350 pagine, prezzo di copertina € 16,00.