Yeruldegger. La morte nomade, di Ian Manook

La trilogia di Ian Manook intitolata come il suo protagonista, Yeruldegger, è stata una delle chicche di questi ultimi anni nel panorama editoriale per chi ama gialli e noir che esulino un po’ dai soliti contesti. L’autore infatti ci porta in Mongolia, raccontando le tante contraddizioni di questa terra con una lunga e prestigiosa storia, sopravvissuta alla dura occupazione russa, in cerca di una sua identità contemporanea che sappia coniugare la tradizione e gli usi della steppa con la modernità.

In questo contesto seguiamo Yeruldegger, poliziotto vecchio stampo caduto in disgrazia dopo aver osato cercare di scardinare il potere corrotto della capitale, a scapito della sua famiglia. Durante la serie l’autore ha avuto modo di raccontare questo paese, i suoi rapporti con l’occidente, le reminiscenze del passato sovietico e le difficoltà nel rendersi davvero indipendenti come nazione mentre tutte le potenze globali cercano di accaparrarsi la propria fetta di torta.

Dopo un secondo volume in cui abbiamo fatto la spola tra Mongolia e Francia, l’ultimo capitolo della serie, uscito a febbraio, ci porta nella steppa più selvaggia. Durante la lettura sembra di essere quasi in un western, di quel genere in cui sembra tutto perduto e pochi personaggi si muovono in scenari di polvere e desolazione dove l’essere umano si impegna a distruggere per avidità tutto ciò che incontra. Mentre le persone comuni continuano a lottare per la sopravvivenza, vivendo di pastorizia i nomadi, e di scavi proibitivi i cosiddetti “ninja”, i poverissimi minatori locali e cinesi, la spietata concorrenza delle compagnie minerarie occidentali sembra mettere in pericolo la Mongolia con le tecniche aggressive e poco riguardose dell’ambiente. 

Questa volta Ulan Bator, la capitale, rimane più sullo sfondo, mentre il protagonista si aggira per il deserto del Gobi, coinvolto suo malgrado in una serie di delitti e nelle ricerche di diversi personaggi che si presentano alla sua yurta. Che lui non ne voglia più sapere di omicidi e di crimini, poco importa: come gli ripetono spesso, dove lui va i guai lo raggiungono. Lo scontro è epico in molti modi: tra culture, tra modi di vivere e intendere il pianeta… Tra una Mongolia tradizionale dove sopravvive lo stile di vita nomade (malgrado i suoi tanti coni d’ombra, come il triste destino riservato alle ragazze della steppa) e la capitale che si apre all’Occidente e in cui pochi oligarchi e corrotti si arricchiscono vendendo le ricchezze del sottosuolo nazionale ad aziende straniere. In tutto ciò Yeruldegger da protagonista diventa quasi testimone del cambiamento della Mongolia, un processo che non sembra si possa arrestare, una trasformazione che lo rende un eroe ancora più anacronistico di quanto non fosse in partenza. Il risultato è un buon noir con molti spunti di riflessione, che chiude un progetto davvero interessante.

L’ultimo capitolo di questa trilogia è cupo e cinico, molto disilluso, che termina in maniera aperta. Che ne sarà della Mongolia e della sua realtà fatta di contrasti, lo scopriremo con il tempo. Nel frattempo salutiamo un grande personaggio, protagonista di una trilogia ben costruita e particolare, molto gustosa da leggere.

Consigliato a tutti gli appassionati di thriller e a chi ama scoprire altre culture e paesi lontani leggendo.
Yeruldegger. La morte nomade, di Ian Manook.
Fazi Editore, 2018. 414 pagine, prezzo di copertina € 18,50.

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